Se sei un elettore del Pd, devi dire No ai referendum sull’acqua

Acqua libera tuttiQuello che mi ha veramente infastidito di questa campagna referendaria, non è stato tanto l’atteggiamento dei partito di governo, o anche di FLI (di cui Ronchi fa parte), che avrebbero dovuto apertamente sostenere le legislazione vigente sul servizio idrico, ma il fatto che il Pd e, in particolare, il suo segretario si siano schierati recentemente per il Sì col chiaro intento di politicizzare la consultazione, dimenticando la loro proposta in parlamento.

Il Pd, infatti, otto mesi fa ha presentato alla Camera il pdl 3865, primi firmatari Bersani e Franceschini, che seppur presentando non poche differenze rispetto alla legislazione attuale, sulla parte dedicata ai temi oggetto di referendum non si discosta molto, in realtà. Infatti, per quel che riguarda il quesito numero 1, il cosiddetto decreto Ronchi affida la gestione dell’acqua a:
a) imprenditori o società in qualunque forma (pubblica o privata), tramite gara ad evidenza pubblica;
b) società mista pubblica/privata, col socio privato scelto tramite gara ad evidenza pubblica e la cui quota non sia inferiore al 40%;
c) in deroga, in base a particolari condizioni (peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento), in house.

Facendo un confronto, il pdl Bersani-Franceschini, art. 9, comma 1, vorrebbe affidare la gestione a:
a) società di capitali, tramite gara ad evidenza pubblica;
b) società mista pubblica/privata, col socio privato scelto tramite gara ad evidenza pubblica, senza indicazioni di quota minima;
c) direttamente a società a capitale interamente pubblico, a condizione che gli enti titolari del capitale sociale esercitino sulla società un controllo analogo a quello esercitato sui propri servizi e che la società realizzi la parte più importante della propria attività con gli enti pubblici che la controllano.

Ora, chiunque può vedere come i soggetti affidatari previsti siano comunque gli stessi: certo, la proposta democratica non prevede l’obbligo del 40% nella seconda opzione, e la gestione in house non è prevista nella sua eccezionalità. Fatto sta, però, che in entrambi i casi si disegnano come vie ordinarie di assegnazione del servizio quella della gara pubblica aperta a pubblico e privato, oppure quella di scelta, tramite gara, del partner privato in una società mista.

Se si va al quesito numero 2, appare ancora più evidente ciò che sto cercando di dimostrare: il pdl Bersani-Franceschini, art. 10, comma 2, lettera e), mette tra i criteri di determinazione della tariffa la «remunerazione dell’attività industriale», e la legge sottoposta a quesito parla di «adeguatezza della remunerazione del capitale investito». Certo, la proposta democratica parla esplicitamente di una remunerazione basta su criteri stabilità dalla prevista Autorità nazionale di regolazione, mentre secondo la legge attuale le componenti della tariffa sono decise dal Ministero e dalle Autorità d’ambito (di cui fanno parte i comuni). Il principio, però, della remunerazione del capitale è presente in entrambi i casi, e queste due diversità non sono oggetto di referendum, poiché la parte che si vuole cancellare è la remunerazione tout court.

La natura della proposta democratica in parlamento – e che lo stesso Bersani ha detto di non rinnegare – seppur con particolari differenti, nella sostanza non contraddice i due punti oggetto del referendum. Ecco perché penso che un atteggiamento serio da parte del Partito democratico avrebbe dovuto condurlo a non schierarsi per il Sì ai primi due quesiti referendari, il secondo soprattutto.

No ai referendum sull’acqua: la gestione pubblica col fazzoletto verde

Acqua libera tuttiHo cercato di spiegare nei miei precedenti post come in realtà in questo referendum non ci sia in ballo una scelta tra il pubblico e il privato, bensì una scelta tra le modalità di assegnazione, e soprattutto la decisione se finanziare gli eventuali investimenti in bolletta oppure con la fiscalità generale e il debito pubblico. C’è da dire, però, che se proprio si vuole parlare della virtuosità del pubblico, allora magari c’è da riflettere un po’. Prendete ad esempio il presidente di Acque Vive Srl. Nulla contro di lui, per carità, molto probabilmente sarà un ottimo gestore. Il fatto è che Acqua Vive Srl è una società dei servizi a capitale pubblico dei comuni di Sona e Sommacampagna, in Veneto, ed è anche uno dei soci di Acque Veronesi, altra società a capitale larghissimamente pubblico. Sommacampagna, tra l’altro, è uno dei comuni italiani a rischio di multa da parte dell’Unione Europea per infrazione della normativa sul trattamento delle acque urbane (cioè sui depuratori), infrazione che potrebbe costare dagli 11mila ai 700mila euro di multa ogni giorno di ritardo nell’adeguamento (e indovina chi paga? Voi! Ma sul tema della multa europea sui depuratori c’è un altro post in lavorazione, che spero di riuscire a trovare il tempo di completare). Ora, vediamo una foto del presidente di Acque Vive tratta dal sito della società:

Agostino Chiarel

Avete notato il fazzolettino verde? Bene, ora è questo che devo chiedervi: è un’acqua col simbolo di partito quella che volete, una roba da cda Rai, o no? E da qui viene fuori anche la vostra risposta ai referendum, e magari un’altra domanda: perché gli amministratori pubblici della Lega si stanno schierando a favore del Sì?

Referendum 2011: perché essere contro il secondo quesito sull’acqua

Acqua libera tuttiHo già scritto a proposito del quesito numero 1 dei referendum del 12 e 13 giugno, sottolineando come, il risultato della vittoria del Sì sarebbe, come scritto nella sentenza di ammissibilità dello stesso quesito da parte della Corte Costituzionale, il mantenimento della procedura della gara ad evidenza pubblica e il riferimento alla direttiva europea in base alla quale è stata scritta proprio la legge oggetto della consultazione, e che prevede il ricorso anche alla gestione privata. L’alternativa, quindi, non è tra privato e pubblico; con la vittoria del Sì cambierebbero, anzi, solo le scadenze, i criteri e le deroghe previste dalla norma vigente, ma non il semplice fatto che una società privata possa vincere una gara per la gestione del servizio idrico. Tant’è vero che la Corte Costituzionale ha bocciato un terzo quesito (su cui, quindi, non si voterà) che chiedeva il totale divieto all’affidamento privato, proprio perché il risultato della vittoria del Sì sarebbe stato in contrasto con la normativa UE.

Ribadendo che, a mio avviso, il vero modo di giudicare il nostro voto sia quello di capire cosa succede dopo, questo significa che il vero cardine di questa doppia consultazione referendaria sul tema è il quesito numero 2, che chiede, come ho già scritto qua, di eliminare l’adeguatezza della remunerazione del capitale investito tra i parametri di determinazione della tariffa. Ricordando, tra l’altro, che la tariffa massima, sia in caso di vittoria che di sconfitta del referendum, comunque viene stabilita dall’ente locale e restano in vigore tariffe agevolate per le fasce di reddito basse e tariffe ritoccate verso l’alto per le fasce di reddito più alte, la domanda che mi sento di fare è questa: dove li volete prendere i soldi per la rete idrica? Qui prendo in prestito le parole di Luigi Marattin:

Ad oggi ogni gestore (pubblico o privato che sia) prende a prestito i soldi ad un dato tasso di interesse ed effettua gli investimenti decisi dai sindaci riuniti nelle ATO. Il costo di quell’investimento viene ovviamente ripagato dalla tariffa pagata dagli utenti, che copre il costo del lavoro (i dipendenti dell’azienda) e del capitale preso a prestito. Il referendum, scambiando quest’ultimo aspetto per un malefico prodotto finanziario del Grande Capitale, annulla la remunerazione del capitale. In altre parole, ogni investimento nel settore idrico sarà realizzato in perdita. Quindi le aziende pubbliche – che nell’ottica dei referendari sono le uniche deputate a gestire il servizio – per realizzare gli enormi investimenti necessari per rendere l’acqua davvero un bene accessibile a tutti (nei fatti, non a parole), i soldi dovranno presumibilmente stamparli nei sotterranei degli edifici comunali. Oppure, far crescere esponenzialmente i debiti delle già malandate finanze comunali, scaricando i costi sulle future generazioni e sottraendo risorse ad altre attività essenziali come gli asili nido, il welfare, la manutenzione stradale.

Tutelare un bene primario come l’acqua, secondo me, non significa dire chi lo deve gestire, ma semplicemente gestirlo bene, e soprattutto sapere con quali soldi farlo. Il fatto è che il problema vero che ci dovremmo porre di fronte a questo referendum dovrebbe essere: cacciati via i capitali privati, tolta inoltre anche ai comuni e agli enti locali la possibilità di ottenere in prestito capitali da investire vista l’impossibilità di ottenere una remunerazione tale da pagare gli interessi, da dove li volete prendere i soldi per la gestione delle risorse idriche e della rete? Non in astratto, ovviamente, ma nella concreta situazione finanziaria pubblica, nonché politica, italiana. Questa è la domanda vera, secondo il mio parere ovviamente, e la risposta non me l’ha data nessuno tra coloro che sostengono il Sì. A meno che non sia la cara, vecchia fiscalità generale, rendendo meno trasparente il contributo di ognuno non legandolo alla propria bolletta, tenuta bassa perché parzialmente pagata con le nostre tasse. Sempre che poi questi investimenti si facciano, ovviamente.

Referendum sull’acqua: dove li prendiamo i soldi per la rete?

Acqua libera tuttiQuesto post è un collage di alcuni miei commenti a questo post qua. Ne approfitto inoltre per segnalare due interessanti articoli sui due quesiti sull’acqua.

Io penso che un buon modo per decidere sia vedere cosa capita se vince il Sì. La cosa che sicuramente non capita, in questa giungla di leggi, commi e sentenze, è l’addio al privato, visto che si farebbe riferimento alla legislazione generale sui servizi pubblici (e questo significa lo stesso gare ad evidenza pubblica aperte ai privati) e alla direttiva europea in materia. La legge oggetto del referendum prevede parametri diversi (ma non contrari, altrimenti non potrebbe esserci), e se non ho capito male anche certi criteri ben definiti, rispetto alla direttiva europea. Fatevi il confronto prima e dopo, e vedete cosa è meglio. Il privato c’è e resta, è da vedere come c’è e resta. Questo per quanto riguarda il primo quesito.

Per il secondo quesito, che è quello cardine, io vorrei solo chiedere: dove li volete prendere i soldi per gli investimenti necessari alla rete? E soprattutto: volete vederli ben scritti in bolletta, oppure ficcati nell’enorme calderone della vecchia cara fiscalità generale, dove nessuno è responsabile di niente, né proprietari, né gestori né consumatori? Io la vedo così: noi dobbiamo considerare che la rete idrica italiana è da ampliare e ristrutturare, visto che perde molta acqua (e cosa ci sia di ecologico nello spreco d’acqua, onestamente mi sfugge) e che alcune zone d’Italia soffrono di problemi gravi di fornitura, nel senso che in alcuni periodi dell’anno non hanno acqua. Più in generale, voglio capire dove andiamo a prendere i soldi (soprattutto in un periodo di ristrettezza finanziaria come quello in cui viviamo e quello che ci aspetta): o aumentiamo l’efficienza, e soprattutto facciamo entrare nuovi capitali nella gestione e si trova il modo di coprire eventualmente prestiti e finanziamenti anche a favore di enti pubblici, oppure restituiamo tutto alla cara, vecchia fiscalità generale – fiscalità che finora ha coperto gli sprechi di chi non si cura di chiudere bene i rubinetti e di lasciar correre l’acqua, per non parlare di proprietari di piscine e vari, che non ha affatto premiato chi fa un uso responsabile dell’acqua, e che soprattutto non è riuscita ad occuparsi della ristrutturazione ed ampliamento delle reti idriche e degli acquedotti, coprendone anzi i costi per le inefficienze e per le perdite.

Referendum 2011: con la vittoria del Sì i privati restano nell’acqua, ma come?

Acqua libera tuttiUna delle armi in mano ai sostenitori del Sì al referendum è quella della gestione dell’acqua nel basso Lazio, in particolare il caso di Acqualatina. Secondo loro è la prova che la nuova disciplina dei servizi idrici non agevolerebbe affatto la qualità del servizio e gli investimenti, ma si produrrebbe solo in salati aumenti delle bollette. Questa, però, è solo una verità parziale, per non dire distorta, dei fatti.

E’ bene ricordare infatti che Acqualatina ottiene in gestione il servizio idrico di una parte del servizio idrico del Lazio meridionale nel 2004, quindi non vigente la legge oggetto del referendum (che, ricordiamolo, è del 2008), bensì quella precedente, se vincesse il Sì al referendum. Infatti, il comma 11 della norma messa in discussione col referendum (legge 133/2008, art. 23 bis) recita: «L’articolo 113 del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, e successive modificazioni, è abrogato nelle parti incompatibili con le disposizioni di cui al presente articolo». Cosa diceva l’articolo abrogato, e che potrebbe tornare in vigore con la vittoria del Sì? Diceva, nella sua versione originale, questo:

«I servizi pubblici locali sono gestiti nelle seguenti forme:
a) in economia, quando per le modeste dimensioni o per le caratteristiche del servizio non sia opportuno costituire una istituzione o una azienda;
b) in concessione a terzi, quando sussistano ragioni tecniche, economiche e di opportunità sociale;
c) a mezzo di azienda speciale, anche per la gestione di più servizi di rilevanza economica ed imprenditoriale;
d) a mezzo di istituzione, per l’esercizio di servizi sociali senza rilevanza imprenditoriale;
e) a mezzo di società per azioni o a responsabilità limitata a prevalente capitale pubblico locale costituite o partecipate dall’ente titolare del pubblico servizio,
qualora sia opportuna in relazione alla natura o all’ambito territoriale del servizio la partecipazione di più soggetti pubblici o privati;
f) a mezzo di società per azioni senza il vincolo della proprietà pubblica maggioritaria
a norma dell’articolo 116».

Nelle successive modificazioni che ha avuto nel tempo, sia per via legislativa sia da parte della Corte Costituzionale, l’articolo in questione prevede l’affidamento dell’erogazione dei servizi pubblici a «società di capitali», «società a capitale misto pubblico e privato» e «società a capitale interamente pubblico».

Come ho evidenziato in grassetto, la gestione mista o privata dell’acqua sarebbe comunque ancora possibile anche con il ritorno alla legislazione precedente, e l’unica differenza rilevante sarebbe la modalità di affidamento di questa gestione: se con affidamento sostanzialmente diretto da parte dell’ente locale, cioè del politico di turno, o con gara “a maglie larghe” tale da garantire distorsioni ed inefficienze, (come con la precedente legge e come per Acqualatina e tutti i casi di gestione privata finora esistenti in Italia) oppure se – di regola – con gara ad evidenza pubblica, dove possono partecipare aziende sia pubbliche e sia private, che rispettino tutta una serie di criteri e requisiti stabiliti per legge e nello stesso bando di gara (seppur rimangano da fare dei passi in avanti a livello di Authority del servizio idrico e della sua regolamentazione). Questa è l’alternativa vera, e tutti gli esempi negativi che vi citano (solo nel Lazio, per la verità) nascono dalla legislazione precedente, che potrebbe tornare in vigore (ma non è detto) con la vittoria del Sì. Su questo punto, però, c’è da essere più precisi. Infatti la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato ammissibile il referendum sostiene quanto segue:

Nel caso in esame, all’abrogazione dell’art. 23-bis, da un lato, non conseguirebbe alcuna reviviscenza delle norme abrogate da tale articolo (reviviscenza, del resto, costantemente esclusa in simili ipotesi sia dalla giurisprudenza di questa Corte − sentenze n. 31 del 2000 e n. 40 del 1997 –, sia da quella della Corte di cassazione e del Consiglio di Stato); dall’altro, conseguirebbe l’applicazione immediata nell’ordinamento italiano della normativa comunitaria (come si è visto, meno restrittiva rispetto a quella oggetto di referendum) relativa alle regole concorrenziali minime in tema di gara ad evidenza pubblica per l’affidamento della gestione di servizi pubblici di rilevanza economica. Ne deriva l’ammissibilità del quesito per l’insussistenza di impedimenti di natura comunitaria.

E cioè, votando Sì si cancellerebbero dalla legge i criteri di affidamento straordinario alle gestioni pubbliche “in house” virtuose (e cioè chiusura del bilancio in attivo, reinvestimento nel servizio di almeno l’80% degli utili, applicazione di una tariffa inferiore alla media del settore, raggiungimento di costi operativi medi annui con un’incidenza sulla tariffa che si mantenga al di sotto della media del settore), e allo stesso tempo non si raggiungerebbe affatto l’obiettivo proclamato di “ripubblicizzazione” della gestione dell’acqua. Ricordiamo inoltre quanto mostrato prima, cioè che il tipico caso di cattiva gestione privata non è frutto della legge in discussione con questa consultazione referendaria. Tutto questo va a prova del movente ideologico dei promotori del referendum.

[Questo articolo è stato modificato il 3 giugno 2011, dopo la sua pubblicazione iniziale]

No ai referendum sull’acqua

Acqua libera tuttiSe c’è una cosa che da qui, a duemila km di distanza, mi fa rendere un minimo conto del significato delle parole “propaganda” e “diinformazione” è – scusate la banalità – vedere la mia pagina di Facebook invasa una sequela di inviti a votare Sì al referendum contro la paventatissima privatizzazione dell’acqua. A quel punto, a leggere la parola “privatizzazione” scatta in me una sorta di istinto sgarbiano: capre, capre, capre.

Il fatto è che il legge n. 133 del 6 agosto 2008 e le sue successive modificazioni, oggetto di uno dei quattro quesiti referendari della consultazione del 12 e 13 giugno, non privatizza proprio un bel niente: le risorse e le infrastrutture idriche rimangono di proprietà dello stato e nessuno si immagina o si impegna a toccare questo punto. Senza referendum, con il referendum, che vinca il Sì, che vinca il No oppure non si raggiunga nemmeno il quorum, in qualsiasi scenario insomma l’acqua è e resterà di proprietà pubblica. In realtà, il quesito numero 1 chiede di cancellare le nuova modalità di affidamento della gestione del servizio idrico, cioè il ricorso a gare ad evidenza pubblica, aperte ad aziende sia pubbliche, sia private.

Il quesito numero 2, invece, chiede di abrogare la parte della norma del 2006 che ritiene «l’adeguatezza della remunerazione del capitale investito» uno dei parametri da seguire per determinare la tariffa (gli altri, non toccati dal referendum, tengono conto della «qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell’entità dei costi di gestione delle opere, dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito e dei costi di gestione delle aree di salvaguardia, nonché di una quota parte dei costi di funzionamento dell’Autorità d’ambito»). Rispondendo sì a questo quesito, le spese di mantenimento ed adeguamento delle infrastrutture esistenti, e di costruzione delle nuove, rischiano di essere di nuovo a totale carico della fiscalità generale o del debito pubblico. Semplificando rozzamente: indipendentemente dal fatto che voi siate parsimoniosi utilizzatori d’acqua, i soldi delle vostre tasse finiranno ad essere usati nella stessa misura di quelli che l’acqua la scialacquano, o che, ancora peggio, hanno piscine e dieci bagni in villa – nel miglior scenario, questo. Nel peggiore, benché il sistema da pochi anni in vigore abbia comunque le sue pecche indiscutibili, si tornerà al vecchio sistema, quello che ha permesso che le infrastrutture idriche continuino sempre più a perdere acqua come capita ormai da anni. E cos’abbia lo spreco d’acqua di così ecologico e di attento alla natura e ai bisogni di tutti, ancora non si sa.

Tornerò su questi temi nei prossimi giorni.