Ben vi sta

polverini urla Lo vediamo tutti i giorni nella società italiana: laddove si procede per cooptazione, per scelte che esulino dal merito, dalle competenze, dalle abilità acquisite sul campo, ci si ritrova alle prese con scelte errate che, nel caso di un’azienda come nella pubblica amministrazione, non fanno altro che produrre inefficienze e fallimento degli obiettivi prefissati.

Non è altro che conseguenza di questo modo di comportarsi il fatto che il partito del presidente del Consiglio – entrato in politica con l’obiettivo di modernizzare il paese portando l’efficienza del privato nell’apparato statale – non riesca nemmeno a presentare le liste nel Lazio o a trovarsi coinvolto in un problema di autenticazione di firme in Lombardia.

C’è chi lo ha detto nelle sedi del partito, chi sui giornali, chi in colloqui privati, chi in qualche circolo di provincia, chi sul web: da tempo molti hanno segnalato questa degenerazione presente in Forza Italia e, poi, nel Popolo della Libertà. La già citata efficacia aziendalista si è trasformata nell’incapacità di rispettare una scadenza e nella creazione di un partito di massa spaccato a metà. Uno strumento politico così mal ridotto non poteva far altro che produrre un governo conservatore ed una maggioranza di pretoriani feroci e, spesso, ignoranti, e non un gruppo dirigente con eccellenze di spicco ed una mole di appassionati militanti. Anche la candidatura della Polverini sta mostrando, in queste ore di patetici appelli, tutti i suoi limiti.

Sceglie tutto Berlusconi, e per colpa sua o perché mal consigliato sceglie male – cosa che capita, tra l’altro, anche nelle proposte parlamentari in materia di giustizia da nove anni a questa parte. Quello che era – o sembrava essere, forse è stato un abbaglio – un partito di entusiasti e di buone menti si è trasformato da molto tempo in un esercito di rozzi e mediocri soldatini. O come ha detto il ministro Rotondi, una banda di incapaci.

C’è chi tutto questo l’ha voluto, chi ne ha beneficiato e chi l’ha accettato: benvenuti nel partito dell’amore.

Link del 6 febbraio 2010

I liberisti che boicottano la Fiat (Alessandro De Nicola, Il Sole 24 Ore, 31 gennaio 2010)
Il fardello dell’amicizia con Teheran (Vittorio Emanuele Parsi, La Stampa, 2 febbraio 2010)
Se Berlusconi lancia l’offensiva anti Iran (Lucio Caracciolo, Limes, 3 febbraio 2010)
Silvio d’Israele attacca l’Iran (e la stampa) (Virginia Di Marco, Il Riformista, 3 febbraio 2010)
Berlusconi, paladino d’Israele con qualche amico imbarazzante (Umberto De Giovannageli, L’Unità, 3 febbraio 2010)
Giallo sui progetti petroliferi. L’Eni: rispettiamo impegni già presi (Giampaolo Cadalanu, La Repubblica, 4 febbraio 2010)
Se questo è un venditore (Mario Seminerio, Phastidio, 4 febbraio 2010)
Anche il Fondo Monetario legge Topolino? (La voce.info, 4 febbraio 2010)

Trova le differenze

«La società mette a disposizione i fondi necessari, quindi il dottor Galliani ha la possibilità di essere sul mercato, ha individuato dei nomi che piacciono all’allenatore e che si ritiene siano ciò che può servire al Milan, che già aveva una pattuglia di attaccanti di livello, li conoscete benissimo». Silvio Berlusconi, 6 agosto 2009, alla conferenza stampa a Milanello che sostanzialmente annunciava il prossimo acquisto di Klaas-Jan Huntelaar.

«L’acquisto di Mancini? Non l’ho capito proprio, è un altro trequartista quando a noi magari serve qualcuno che finalizza il gioco. È fermo da due anni, non sono stato d’accordo con il suo acquisto e l’ho detto anche a Galliani». Silvio Berlusconi, 2 febbraio 2010, subito dopo l’annuncio da parte del Milan dell’acquisto di Amantino Mancini.

Link del 19 dicembre 2009

Investire in un panettone artigianale o risparmiare con uno industriale? Una piccola guida (Stanislao Porzio, Dissapore, 9 dicembre 2009)
Una sceneggiata dove niente è come appare (Francesco La Licata, La Stampa, 12 dicembre 2009)
Cavour chi? L’Italia lo dimentica (Bruno Ventavoli, La Stampa, 13 dicembre 2009)
Aggiornamento professionale (Francesco Cundari, Quadernino, 13 dicembre 2009)
La nausea (Francesco Costa, Francescocosta.net, 14 dicembre 2009)
Filippica: furori Facebookiani fomentano filtri futili, facili follie (Paolo Attivissimo, Il Disinformatico, 16 dicembre 2009)

L’opposizione dentro al centrodestra

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente su Novamag.it il 12 maggio 2009. Il titolo potrebbe non essere fedele a quello originale.


 
L’idea che in questo paese non ci sia un’opposizione – o che ci sia, ma sia talmente debole e confusa da risultare inconsistente alla prova dei fatti – non è nuova, né originale. La troviamo da tempo sui giornali e nelle opinioni di politologi e giornalisti in tv. Ed è, diciamo, piuttosto fondata. L’idea che in questo frangente storico sia il Pdl stesso a riassumere in se stesso anche una certa opposizione, un sorta di frangia autonoma da Silvio Berlusconi, di fronda al re, di corrente minoritaria, è meno presente nelle analisi degli esperti, ma è altrettanto fondata della prima. A ben vedere, infatti, troviamo molti nomi – alcuni dei quali di peso – che tendono a portare avanti un altra idea di conservatorismo italiano.

Se n’erano già avute avvisaglie due legislature fa, ma dal congresso del Pdl in poi è chiaro che sia Gianfranco Fini il portabandiera della minoranza interna del Pdl. Il ruolo istituzionale di terza carica dello stato lo aiuta, ma certo la provenienza dalla leadership del partito-socio di minoranza del centrodestra e le sue posizioni riguardo alla bioetica e (testamento biologico, fecondazione assistita, e pare che presto si pronuncerà in maniera importante anche sulle coppie di fatto) e al voto amministrativo per gli immigrati lo pongono di fatto in alternativa alla linea politica di maggioranza del Pdl, che si muove di fatto su due linee: quella economica e sociale del duo Tremonti-Sacconi, e quella valoriale, biopolitica delle Roccella, dei Quagliarello, degli atei devoti ecc. E’ in particolare rispetto alla seconda che Fini si è posto in alternativa, poiché, com’è noto, uno degli obiettivi almeno dichiarati del governo è la tenuta della coesione sociale, e l’attenzione a problematiche di questo tipo sono care a tutta la tradizione della destra italiana, molto sociale e poco tory.

Attorno alla figura di Fini se ne intersecano altre: certamente quella di Sofia Ventura, docente di scienza politica presso l’università di Bologna e autrice dell’articolo contro il “velinismo” pubblicato dalla fondazione presieduta proprio dall’ex leader di An, Fare Futuro. Dalla lettura dei retroscena e dei corsivi sui giornali, pare, inoltre, che sia proprio lui uno dei candidati all’accusa di sobillatore di Veronica Lario; la moglie del premier, oltre ad aver acceso qualche speranza a sinistra e aver offerto lo spunto per un attacco anche politico al premier da parte di seconde e terze linee del Pd, da qualche anno ormai, nelle sue rare uscite pubbliche, si pone in contrasto con le scelte del marito. Veronica Lario ha nel tempo mostrato simpatie verso il movimento pacifista contro la guerra in Iraq, ha dichiarato che avrebbe votato a favore dell’abrogazione parziale della legge sulla fecondazione assistita, e per ultimo si è scagliata contro il divertimento dell’imperatore, chiedendosi come il paese faccia a digerire tutto questo.

La separazione annunciata sembra porre la Lario fuori dalla galassia berlusconiana, e forse è esagerato – visto il suo ruolo extrapolitico – includerla nell’opposizione Pdl. Le sue esternazioni anche politiche, e il fatto che, in un modo nell’altro, rimarrà per sempre legata a Silvio Berlusconi (come non farlo, visti i tre figli in comune?) la costringono a non schierarsi tra quelli che operano per distruggere il premier, e di conseguenza il suo impero economico, ma le lasciano lo spazio per bordate di non poco conto. In altre parole: anche lei è forse destinata al ruolo di antiberlusconiana pur rimanendo nel mondo di Silvio.

Un oppositore integrale della linea maggioritaria del Pdl è il deputato ed economista Benedetto Della Vedova. Ex radicale (così come l’altro deputato azzurro Peppino Calderisi, esperto di sistemi elettorali), europarlamentare pannelliamo dal 1994 al 1999, oggi è sempre più ascoltato dagli ambienti finiani e la sua visibilità sta leggermente crescendo sui giornali. Nel tempo si è lamentato del welfare estemporaneo messo in piedi dall’esecutivo, del ddl Calabrò sul testamento biologico, del porcellum, del comportamento del governo sul caso Englaro, del voluto e vantato immobilismo del ministro Sacconi in materia previdenziale, delle rottamazioni auto ecc., senza contare le critiche a tutta la serie di sparate leghiste in Lombardia. Come Fini, anche lui è nella lista dei nomi dei presunti sobillatori del caso-Lario, però la loro vicinanza raccontata dai giornali è probabilmente di convenienza: c’è da dubitare che in materia economica i due abbiano da andare molto d’accordo.

Chi sta sfuggendo all’ortodossia berlusconiana è anche Beppe Pisanu. Il suo caso è particolare perché viene dalla Forza Italia della prima ora e perché è stato due volte ministro durante i governi Berlusconi II e III (per un anno dell’attuazione del programma, e per i successivi quattro anni dell’interno). Si lamenta dell’appiattimento pidiellino alle politiche di sicurezza della Lega e dell’attuale inquilino del Viminale, Roberto Maroni. Da buon cristiano e democristiano di lunga data (quindi meno clericale di tanti entusiasti della fede recentemente scoperta) non aderisce alla battaglia sul ddl Calabrò. Recentemente si è fatto sentire nella sua Sardegna per una serie di critiche, velate ma non troppo, nei confronti del governatore Cappellacci, noto iperberlusconiano. In fondo, nonostante la ricerca di consenso nei confronti della Chiesa, questo governo, per provenienza partitica, è il meno democristiano della storia repubblica: toni, metodo e merito delle questioni oggi sul tavolo possono non piacere ad un moroteo come Pisanu.

A questi nomi possiamo aggiungerne altri: Renata Polverini, ad esempio, segretaria Ugl, da sempre vicina ad An ma sempre autonoma rispetto al mondo del Cav.; Roberto Menia, già oppositore della fusione con FI all’ultimo congresso di An, e che anche pochi giorni fa sul Secolo d’Italia si lamentava dell’assoluta mancanza di luoghi ufficiali e pubblici di dibattito interno e di democraticità all’interno del nuovo partito. Possiamo anche aggiungere nomi di quel mondo vicino per un molto tempo al centrodestra, ma che in un modo o nell’altro, volenti o nolenti, oggi ne stanno fuori: da Paolo Guzzanti (che ha coniato il termine mignottocrazia) a Vittorio Sgarbi, ed altri.

Lasciamo perdere le più o meno fisiologiche differenziazioni politiche in seno ad un governo e ad una maggioranza. Questi personaggi che abbiamo descritto si portano dietro anche una serie di simpatie – e di deputati – che, alla fine dei conti, messi insieme fanno numero.

Il problema per questa fronda interna è l’eterogeneità: una minoranza interna organizzata, pronta, almeno al momento della successione al principe, a dare battaglia, non può prescindere anche da una certa unità dei contenuti. I filoni su cui questa minoranza interna si muove (diritti civili, ruolo della donna, bioetica, economia, welfare) sembrano però solo portare occasionali e contingenti coincidenze di vedute tra persone che globalmente potrebbero non trovare tra loro molta armonia – e comunque non più di quanta se ne potrebbe trovare nel resto del Pdl.

Il problema per Berlusconi, invece, molto più semplicemente potrebbe essere il seguente: il giorno in cui la crisi si renderà ancora più grave e più evidente negli effetti di tutti i giorni, il giorno in cui qualche elezione non sarà così vincente da rendere contenti tutti (amici, collaboratori, uomini di partito, outsider, clientele); il giorno, insomma, in cui le cose non a
ndranno così bene, e in cui chi viene da una tradizione di democrazia interna (ad es. gli ex aennini) chiederà di scoprire qualche carta e di vederne qualcuna nuova, l’espressione “avere problemi in casa” potrebbe non riguardare più, solamente, la sua condizione matrimoniale e famigliare di marito doppiamente – quasi – divorziato e di padre di cinque figli con grandi aspirazioni imprenditoriali.

I cespugli attorno a Berlusconi

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente su Novamag.it il 24 febbraio 2009. Il titolo potrebbe non essere fedele a quello originale.


 

Abbiamo già scritto del Pdl, in particolare degli eredi al trono di Silvio Berlusconi. La cosa che era stata appena accennata riguardava la presenza di una larga schiera di nanetti dentro e attorno il Pdl. Non è solo il centrosinistra, infatti, che subisce frammentazioni di massa una volta arrivati al governo: infatti, anche il centrodestra (una volta solo FI, An e Udc) hai suoi piccoli caimani alla perenne ricerca di poltrone ed è affetto dalla stessa sindrome – e tralasciamo, per il momento, la candidatura alle europee di Clemente Mastella (come i rifiuti per strada, la pizza, Pulcinella e la mozzarella di bufala, è «un prodotto regionale della Campania», così l’ha definito il suo ex e futuro collega di partito, Lamberto Dini), anche perché i suoi salti in carriera sono stati solo due, ed altri, per i medesimi demeriti, non subiscono la stessa sorte (e addirittura possono diventare presidenti della commissione Salute al Senato al posto di un medico di chiara fama e limpidezza indiscutibile).

Già al momento della formazione del Berlusconi IV, Gianfranco Rotondi, leader della Dc per le autonomie, aveva minacciato l’uscita dal progetto unitario del centrodestra se non gli fosse stato riservato un ministero; l’allarme è poi rientrato, ma rende l’idea dello spirito con cui molti, da posizioni estremamente minoritarie (diciamo nulle) vogliono far pesare la propria utilità marginale. Nel PdL entreranno (stanno entrando) Forza Italia, An e la già citata Dca, ma non solo, poiché nell’elenco dei fondatori del nuovo mega partito troviamo altri nomi.

C’è Azione Sociale della Mussolini, che lasciò An perché troppo moderata, scontrandosi con Storace alle regionali del Lazio nel 2005, e ora Storace è all’estrema destra, mentre il movimento della nipote del Duce è tra i “moderati” del Pdl; troviamo inoltre gli ex radicali Riformatori Liberali (già nelle liste di FI nel 2006), il Partito Pensionati (con la Cdl fino al 2006, poi con l’Unione, ora tornati nell’alveo berlusconiano), il Nuovo Psi, gli Italiani nel mondo del noto ex dipietrista all’estero De Gregorio, la Dc di Pizza (che usa lo storico scudo crociato, conquistato in tribunale), i Popolari Liberali (cioè Carlo Giovanardi), e la nuova di zecca Alleanza di Centro per la Libertà (anche qui siamo di fronte al partito-persona: Francesco Pionati, già notista politico del Tg1, deputato Udc dal 2006 fino alla sua recentissima fuoriuscita).

Da raccontare nei particolari è l’andirivieni della Federazione dei Cristiano Popolari, altrimenti nota col nome di Mario Baccini (e qualche suo amico romano), ex ministro dei governi Berlusconi II e III con l’Udc (Unione dei Democratici Cristiani) nonché uomo delle tessere laziali. Baccini, il 30 gennaio 2008, ha lasciato l’Udc (Unione dei Democratici Cristiani), e con Savino Pezzotta e Bruno Tabacci ha fondato la cosiddetta Rosa Bianca in dissidenza con Pierferdinando Casini, per via del suo moderato antiberlusconismo, leader allora come oggi dell’Udc (Unione dei Democratici Cristiani). Alle politiche 2008, però, la Rosa Bianca ha creato con l’Udc (Unione dei Democratici Cristiani) una lista unica dell’Udc (Unione di Centro), con candidato premier il criticato Pierferdi. Il 14 maggio 2008 ha votato al Senato la fiducia al Berlusconi IV, ha lasciato lascia l’Udc (Unione di Centro), e il 20 giugno seguente fonda la sua federazione, con altissimo filoberlusconismo. Avete la nausea? Sappiate che non è l’indignazione, ma è l’effetto da montagne russe con triplo giro della morte.

Meritano un capitolo a parte i cosiddetti LD, sigla che sta per LiberalDemocratici ma anche per Lamberto Dini. Ricordate? Nacquero da una scissione dalla Margherita al momento della nascita del Pd, nel 2007, potendo contare nella scorsa legislatura su tre esponenti nel Senato spaccato a metà tra i due schieramenti. Essendo Dini persona stimata e navigata, sembrò essere uno smarcamento serio e politicamente fondato, ma pochi mesi dopo la cosa iniziò ad assumere tratti comici. Al voto di fiducia del febbraio 2008, quello che fece cadere il Prodi – bis, i tre senatori votarono ognuno per conto proprio: uno favorevole, uno contrario ed uno astenuto. Spettacolare, ma non finisce qui! I LibDem aderirono al Pdl alle ultime elezioni, eleggendo quattro parlamentari. Il resto è storia recentissima: durante la presente legislatura, il fondatore Dini e un altro deputato, Giuseppe Scalera, entrano nel Pdl, mentre il resto del partito decide di restarne fuori. Mettiamola così: LD è dentro, mentre gli iscritti LD sono fuori, e votano contro la finanziaria di Giulio Tremonti sei mesi dopo avergli dato la fiducia, e otto mesi dopo essere entrati in parlamento col Pdl. Mal di testa, eh?

Da comprendere il caso del più antico partito ancora in vita, il Pri, che fa parte degli organi costituenti del Pdl, è nelle sue liste così come lo era in quelle di FI già da qualche anno, eppure il suo statuto vieta la doppia tessera di partito, e non pare che la dirigenza abbia intenzione di aderire al nuovo partito (soprattutto per i mugugni della Romagna, dove i repubblicani accattano ancora qualche voto utile). Rimanere nel limbo (in alleanza come Lega e Mpa) sembra, paradossalmente, la posizione più degna: le continue transumanze destra-sinistra e ritorno caratterizzano la storia di molti neo-berlusconiani. Scommettiamo che, al prossimo calo di popolarità di Berlusconi, queste sigle che tra un po’ si fonderanno nel Pdl torneranno a popolare la cronaca politica e parlamentare, e i trafiletti dei giornali. Perché questi sono nani, ma a differenza di quanto canticchiavano gli amici bassi di Biancaneve, sembra che non abbiano affatto l’intenzione di andare a lavorare.

E dopo Silvio?

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente su Novamag.it il 3 febbraio 2009. Il titolo potrebbe non essere fedele a quello originale.


 

Sarà il 27 marzo il giorno in cui nascerà ufficialmente il nuovo partito del centrodestra, il Pdl, che sarà ovviamente guidato da Silvio Berlusconi, il cui vice sarà sicuramente di Alleanza Nazionale (Fini, oppure La Russa?); per i suoi organi, le sue nomine, le sue prossime candidature si rispetteranno le proporzioni utilizzate già da un anno: 60% a Forza Italia, 30% ad An, 10% ai nanetti (che, al momento in cui questo articolo è scritto, sono nove. Un giorno bisognerà trattare dell’esilarante sottobosco partitico e parlamentare berlusconiano). Tutto continuerà come prima, c’è un governo da mandare avanti, che fa le sue quattro leggi e qualche sciatteria, che ha il consenso degli italiani e che al nord gioca con la Lega, al sud con l’Mpa, e che contratta al suo interno le faccende terra terra. Fin qui, ci siamo tutti, business as usual. In questo quadro così preciso, granitico, quasi immobile in cui tutto sembra destinato a non cambiare per almeno altri quattro anni, se non di più (al netto delle aspirazioni quirinalizie di alcuni), non abbiamo potuto evitare di chiederci: cosa può stravolgere il tutto, rovinare il centrodestra ma divertire noi osservatori della politica? Pensa che ti ripensa, l’unica risposta è l’argomento tabù: la fine di Silvio Berlusconi.

Decidete voi di quale tipo, se politica o, peggio, fisica; successivamente, però, continuiamo – chi scrive e voi lettori – con il nostro esperimento mentale: chi sarà il successore del Cavaliere?

1) L’eterno secondo, Gianfranco Fini: è il primo nome che viene in mente. Belloccio, educato, dialogante, col suo profilo ormai istituzionale si è completamente liberato dal suo passato e dalla sua fiamma. Potrebbe avere aspirazioni quirinalizie, ma Silvio, come sempre, viene prima. Potrebbe guidare un partito, ma ha una palla al piede da cui non si riesce a liberare: i suoi colonnelli. Che gli danno del matto in sua assenza, che non si permettono le sue avventure amorose, che si fanno bellamente imitare in tv, che non fanno altro che affollare il Tg1 come dei semplici portavoce. E poi, c’è la sindrome del numero 2: e se Silvio nominasse il suo erede in terra forzista, come faceva re Artù coi cavalieri?

2) L’ideologo, Giulio Tremonti: antipatico, acido, cattivo, bruttino, con la faccia da secchione, con la erre moscia e la sua inconfondibile vocina. E’ il contrario di Berlusconi, quindi è perfetto per succedergli: non gli farà ombra nella storia, non sarà comparabile a lui, sarebbe il leader che emerge per differenza, in mezzo ad una folla di cloni e mezze tacche. Come Berlusconi, ha un rapporto forte con la Lega, anche quando non sembra. Ha un pregio: ha delle idee. Ha un difetto: ha delle idee, non ha televisioni, perciò è costretto a usare libri e slogan da no global. Correrebbe il rischio di sembrare di sinistra.

3) Il nordista concreto, Roberto Formigoni, oppure Letizia Moratti: questa è l’opzione meno probabile. Entrambi i contendenti litigano con la Lega, e venendo dal nord le ruberebbero voti. Formigoni è troppo democristiano, non può guidare il partito che, seppur pieno di Dc e di ciellini come lui, ha messo in piedi il governo meno democristiano della storia. La Moratti, invece, ha delle sue caratteristiche che la rendono unica nel centrodestra: è donna, è cozza e sa contare. Di solito, se non sei gnocca o se non porti voti, nel Pdl non vai da nessuna parte. Il rischio è che non goda dei favori del Cavaliere.

4) L’erede belloccio, Piersilvio Berlusconi: come poteva mancare l’erede naturale, diretto? Sembra non interessarsi di politica, ogni tanto si fa vedere dietro le quinte dei canali Mediaset, e dice la sua sul Milan. Anche il papà seguiva le riprese di Drive In, e si faceva ben volere con la squadra rossonera senza badare a spese. Deve però guardarsi dalla concorrenza interna.

5) La figlia con la calcolatrice, Marina Berlusconi: è una continua lite col papà. Lei fa i soldi con Mondadori, e si ritrova Galliani in aereo con Ronaldinho; incassa gli utili Mediolanum, e il Milan ingaggia Beckham; insomma, è lei che a casa gestisce portafoglio e pantaloni col sudore della propria fronte, mentre il papi fa mandare a prendere a Londra il figliol prodigo ucraino. Lei sbotta, escono le indiscrezioni sui giornali e ovviamente la famiglia regolarmente smentisce. Questo suo atteggiamente potrebbe indicare che punta in alto, che è ambiziosa. Chissà che non entri nelle grazie del papi più di Piersilvio.

6) Mister X: qui siamo di fronte all’incognita, all’alternativa non calcolata né prevista. Come sarebbe un ideale Silvio Berlusconi 2, la vendetta? Avrebbe certamente grandi capacità comunicative, riuscirebbe allo stesso tempo a trasmettere una ideologia antistatalista assieme alla propria immagine dello statista – o presunto tale – che si occupa dell’Italia come fosse allo stesso tempo un’azienda e una famiglia, con lui nel ruolo del padre premuroso e previdente. Dovrebbe non essere troppo invidiato dai post-fascisti, e tollerante, se non addirittura amante, delle istanze nordiste. Se avesse anche una certa disponibilità economica, sarebbe l’ideale. E poi… non andiamo oltre, però. C’è il rischio che Berlusconi ci legga. Che si accorga che non può darsi l’immortalità predetta da Umberto Scapagnini, medico e parlamentare Pdl. E che, ad un certo punto, decida di farsi clonare. Nei secoli dei secoli.

Berlusconi e la formica-cicala

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente su Novamag.it l’11 dicembre 2008.


 

«Un imprenditore ha il dovere dell’ottimismo», così urlava Silvio Berlusconi – era la campagna elettorale 2006 – durante il famoso convegno di Confindustria, in cui gli imprenditori cercavano, in due giorni, di capire i programmi economici del Cavaliere e del suo sfidante, Romano Prodi. Di fronte a Berlusconi, i grandi industriali rimanevano perplessi, Della Valle era infuriato, mentre i piccoli imprenditori, forzisti fino al midollo per semplice fatto naturale, rendevano ricche le loro estetiste spellandosi le mani dagli applausi.

Spostiamoci al novembre 2008, e il ritornello sembra il medesimo: i giornali e la tv pubblica deprimono il paese, bisogna spendere per tenere in piedi l’economia, ci vuole ottimismo. Per giunta, nel 2001, al primo calciomercato della legislatura, Berlusconi comprò per il Milan Rui Costa e Inzaghi (l’anno dopo Nesta e Rivaldo); quest’anno è arrivato Ronaldinho. Sembra tutto uguale, ma non lo è.

Campagna elettorale 2008, Berlusconi è serio, si sbilancia poco («non metterò le mani nelle tasche degli italiani», promessa che risulta meno esaltante dello storico “Meno tasse per tutti” del 6×3 di sette anni fa), tiene i toni bassi con Veltroni, sa benissimo che i due anni di lieve crescita stanno finendo, e il ciclo tornerà a scendere. Chiamala sfiga, ma il ciclo da lì in poi scenderà parecchio -così come la temperatura dei rapporti con l’opposizione.

Le proposte economiche berlusconiane sono cambiate, e si vede: dalla flat tax di alcuni settori forzisti del ‘94, al taglio Irpef da 11,5 miliardi del quinquennio della Cdl, non c’è paragone con le magre concessioni odierne, siano esse tagli agli straordinari o abolizione totale dell’Ici sulla prima casa.
La Berlusconomics a pochi giorni dal 2009 è striminzita, rattrappita, mostra i segni del tempo: il rigorismo tremontiano assomiglia tanto a quello di Visco e Padoa Schioppa; l’ideologia del partito non è l’entusiasmo del brianzolo rampante, ma i toni bassi di Tremonti; cinque anni fa si tagliava la tassa sul reddito alle fasce più basse della popolazione (e finì tutto in risparmio, e addio effetti positivi sull’economia), oggi si regala la social card da quaranta euro mensili e si fanno convenzioni con banche e supermercati.
Certo, rimangono gli strali contro la Cgil (e al premier si associano numerosi ministri, ma non quello dell’Economia, guarda il caso), le telefonate in tv contro i giustizialisti, e le solite ombre di conflitto d’interessi – e questo porta l’antifiscalista Silvio a tassare il suo maggiore concorrente privato. Abbiamo visto, però, che alle solite parole seguono fatti differenti: quali ipotesi avanzare, a questo proposito?

Berlusconi, in passato, è già stato scottato dai suoi modi spicci (o simil-spicci): liti con Fini, con Follini, con Casini, di nuovo con Fini, e Cofferati che va in piazza, e gli altri sindacati che tornano tra le braccia della Cgil, fino a vedere gli italiani preferire (seppur per soli 25mila voti) il cuneo fiscale al suo indomito istinto anti-tasse, tutte e per tutti.
C’è da considerare l’età, poiché anche il premier, nonostante il parere contrario dell’on. Scapagnini, appartiene al genere umano. Ci sono anche fattori politici di più alto livello: il ruolo di ideologo assunto da Tremonti porta, probabilmente, il superministro ad avere una maggiore autonomia dal Cavaliere nella gestione dei cordoni della borsa (e c’è da considerare che il tributarista di Sondrio ha sempre incarnato una personalità indipendente, in Forza Italia; ora il suo ruolo risulta maggiorato, secondo la nostra ipotesi). Sarà che i rigurgiti socialisti del suo governo sono usciti fuori (Brunetta, Sacconi, Frattini, lo stesso Tremonti), e certe parole d’ordine non possono reggere più di tanto. Sarà anche – e questa è l’ultima ipotesi che azzardiamo – che il capo del governo ha sbattuto la faccia di fronte alla realtà; rimane però, ad ogni modo, una certa ambiguità: l’Italia formica si rialzerà perché risparmia, ma deve farlo spendendo – questo è il Silvio-pensiero espresso in una settimana.

E’ una lettura della realtà, seguita da una dichiarazione di intenti. E’ la ragione empiricamente fondata che sbatte contro l’ottimismo della volontà, non riguarda solo l’annosa lotta di Berlusconi contro le self-fulfilling prophecies, e l’unica vittima di questa dinamica non sono solo il premier ed il suo ideologo.

Si può leggere, ad esempio, Il Foglio, che sta subendo una sorta di avvitamento – o meglio, non il quotidiano, ma il suo direttore Giuliano Ferrara, impantanato nelle sue battaglie culturali, avvitato su alcuni temi che certe volte, al lettore attento degli articoli ferrariani, potranno apparire noiosi anche per chi ne sta scrivendo. In altri termini, per i foglianti l’antistatalismo del Cav. ha fatto il suo tempo. Non serve avere la memoria lunghissima per ricordare l’intervento dell’autunno 2005 di Berlusconi, proprio sul Foglio, quando duellava con gli alleati per il taglio delle tasse: la teoria era una e semplice, cioè deficit spending. Oggi, rigore, rigore, rigore.
Anche Oscar Giannino, su Libero, si è lanciato per mesi nella difesa dell’operazione Cai che, stando al suo credo ultraliberista, dovrebbe risultare fastidiosa, se non altro per l’intervento della mano ben visibile dello stato; solo alla fine dei giochi la campagna del principale giornalista economico di Libero ho mostrato flessioni, perché frenata dal dubbio; prima, nisba.

Per tornare a Berlusconi, non si contano più i telefonini, le lavatrici, le televisioni degli italiani: si è creato uno scontro tra due visioni, il “penso positivo” silviesco e il gelo dell’animo e del portafoglio di questo fine 2008. Non è più la teoria economica il lato attraente del berlusconismo, il fascino della sua ideologia risiede ormai nel cuore, non più nel portafoglio (che, ben riempito, può arrivare a pesare più del cuore stesso).

Tutto questo è colpa della crisi, bellezza. Potrebbe anche influenzare il futuro mega-partito di centrodestra che sta per nascere, e sarebbe importante nel futuro delle dinamiche politiche e politologiche di questo paese. Qualcosa è cambiato, lo abbiamo notato, e ci si può fare ben poco. Anche se ci si chiama Silvio Berlusconi.